Giacobbe

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Pastore.Olio digitale,J.Padurean

Pastore con gregge.olio.Jessyra Padurean

Giacobbe estorce la benedizione al padre e va in oriente

Giacobbe, radunava il vasto gregge per tornarsene alla tenda e con lenticchie far merenda. Scuro in volto causa il Padre, e col pensiero, ch’egli amasse di più Esaù, perché lo benedisse come il solo figlio vero.

Umiliarsi non voleva; escogitò la furba azione per ottener per par-conditio, la patriarcal benedizione: ricoprirsi con la pelle di un caprone, e imitar il rosso pelo del gemello in discussione.

Detto fatto!.. Il villoso puzzolente, entrò deciso nella stanza con intento irriverente di carpir la santa usanza.

L’ambiente astante era un po’ buio, con odor aspro, pungente, di locale a lungo chiuso.

Isacco a letto un po’ accecato, scambiò Giacobbe per Esaù e, sporgendosi a fatica dopo averlo accarezzato, benedisse il caro figlio starnutendo sofferente per il pelo non cardato.

Debolmente emise voce con amor d’intonazione, trasmettendo, al figlio amato da Jahvè, la patriarcale predizione:

“Sento l’odore fin dal letto dei miei frutti il prediletto. E’ un effluvio corporale di figliol giusto e sincero, che Adonai ti benedica, guidi e spiani il tuo sentiero.

Per ora io ti benedico, e ti confido in più il pensiero di un vero dio molto geloso, ma operoso e mattiniero”.

Asservirai i popoli tutti, si prostrarran tutte le genti, diventarai l’amato re di una stirpe di fratelli e di tutti i lor serventi.

Chi benedice il mio diletto, sia da Dio benedetto.

Chi lo maledice, sia da questi maledetto”.

Soddisfatto e benedetto lasciò Giacobbe il padre a letto, con l’istinto prepotente di tentare la fortuna, e per realizzare la sua idea, voltò le spalle a Bersabea.

imboccò un sentiero nuovo che portava al nulla e al niente: sole, sabbia, vento uggioso, ma la mano di Jahvè con tocco lieve, onnipotente, rigirò il buon Giacobbe suo malgrado, verso oriente

Pure essendo benedetto, capitò in un tristo luogo senza traccia di ristoro, né di squallido alberghetto.

Mangiò crude le lenticchie, fece un sano sonnellino per poi riprendere l’andare alle luci del mattino.

Una pietra di quel luogo, usò come comodo cuscino. Ebbe un sogno un po’ contorto:

“Da una scala, cielo-terra, scendevan angeli dal cielo a sponsorizzar la pace e contestar la guerra. Nessun di lor diceva niente, sorridevan solamente, ma Giacobbe li capiva, interpretando con la mente”.

Ad un tratto apparve un tale, sol di luce, immateriale, che gli disse:

“Non tremare. Sii tranquillo, rilassato. Conosco tutto il parentado. Sono amico di papà e del tuo vecchio nonno Abramo. Quindi ascolta fa’ attenzione; becca sta’ rivelazione: è mia intenzione darti aiuto e una certa protezione.

Un dì qui farai ritorno per guidare tanta gente e fondare una nazione.

Di te non posso fare senza, avrai una vasta discendenza. Puoi destarti, ho già finito. Ora va’!.. Vai con IO, ti benedico!...”

Giacobbe, si destò dal sogno dolorante per il duro del terreno e pel giaciglio pien di gobbe.

Era stato benedetto.

Gridò forte un “alleluia” e si rizzò sul duro letto.

Sollevò alte le braccia come il prete nella messa, e agitato come un matto gridò forte con gran zelo:

“Questa è casa del mio Dio, è la porta del suo cielo!

Questa sabbia è sabbia santa, sabbia santa e benedetta. Non sarà per sempre sabbia, non sarà sempre la stessa. Diverrà un giorno terra e, mi voglio rovinare, ci aggiungo pur: “Terra promessa”.

Sollevò il cuscino-sasso trasformato in sacra “stele”. La cosparse con dell’olio quasi fosse un’insalata, senza sale, senza pepe ma soltanto con quel grasso.

“Non più Luz avrà per nome questo cavolo di posto”, pensò Giacobbe “Ma quello santo di Beet-el, nonostante le sue gobbe”.

Poi riprese il camminare, verso il popolo orientale.

Le mogli di Giacobbe

Il pellegrino trascendente, a mezzo Dì giunse in Aran con una sete da morire, per il caldo sol d’oriente.

Per potersi dissetare, si accostò a un pozzo sorvegliato e chiese acqua ad un tale.

La bella, giovane pastora, ammiccando all’orientale lo rinfrescò, lo fece bere.

Sbocciò subito l’amore di Giacobbe per Rachele.

Lei dal fusto fu turbata: era bello, era il cugino, se cresceva la famiglia, era colpa del destino.

Lo condusse senza indugio nella tenda dei parenti e Giacobbe, senza tante cerimonie dichiarò a Labano il suo amore, e Rachele chiese in moglie.

Lo zio Labano, una volpe senza eguali, acconsentì agli sponsali a patto che Giacobbe, senza trucchi e senza inganni, gli accudisse il vasto gregge pascolandolo sett’anni.

Per amore, il buon Giacobbe, per quel tempo transumò, e né mai si lamentò.

Ma compiuti i sette anni senza un giorno di riposo, né assistenza sindacale, nulla chiese, ma pretese, d’aver subito Rachele nel letton matrimoniale.

Ebbe Labano, il furbone, una pensata più geniale: mandò a Giacobbe, al posto di Rachele, Lia, la più giovane figliola, strabica, bruttina, con il naso tutto a gobbe.

Nel letton matrimoniale, la ragazza titubante, abbandonandosi al piacere, si Lasciò, nuda, accarezzare.

Giacobbe, in quel buio dell’oriente non si accorse della racchia, che lo impegnò poi alacremente, in un sesso travolgente.

Quando il sole del mattino rivelò il palese imbroglio, non soltanto prese a urlare ma scatenò un gran casino. Accorse tutta la famiglia in evidente agitazione. Quel volpone dello zio, con la faccia da coglione, finse d’essersi sbagliato, d’aver fatto confusione.

Per sfruttar la situazione e sistemar bene le cose, offrì sfacciatamente a Giacobbe un’occasione: se sette anni ancora, fosse stato suo pastore, gli avrebbe dato con piacere un bel barattolo di miele e per esser generoso, avrebbe aggiunto in più Rachele.

Non restava che accettare.

Lo zio Labano felice, dopo aver fatto merenda, corse grato a ringraziare gl’idoletti tutelari, un pagano capitale, in composta fila indiana al bordo interno della tenda.

Quel “pagano capitale” garantiva al possessore, il diritto a ereditare.

Quanto avvenne fra Giacobbe, Lia e Rachele, dentro al talamo nuziale, si può solo indovinare, quindi meglio non parlarne, più eccitante immaginare.

Giacobbe, giorno e notte avea da fare:

con il gregge il dì sgobbava e la notte, con Lia e Rachele per il piacere si accoppiava.

Diversamente da Rachele, Lia divenne gran fattrice e sfornò figli a tutt’andare forse contro il suo volere.

Nacquero così, Levi, Simone e Giuda, primi di stirpe provvisoria ed ancora non conclusa.

Proseguì nella creazione come fosse una gran topa, con Isacar e Zabulone.

Giacobbe divenne patriarca, ma nel cuor nutriva angoscia per l’amata sua Rachele che non potendo generare, rifiutava anche il pene.

Tutto il dì a transumare.

Tornado a sera stanco in tenda s’ingozzava di lenticchie, sol per crisi esistenziale.

Di copular con Lia s’era stufato. Decise quindi un break, da amante un po’ svogliato.

Per contrastar la depressione, con la bella schiava Zilpa affabulava: lei ascoltava comprensiva e con lui poi meditava.

Fu così che a lungo andare, per il troppo meditare, nacquero Aser, Gad e Dina; miracol della depressione e di qualche rapida sveltina. In momenti occasionali con Zilpa, altra serva di Rachele, fece Dan e poi Neftali.

Grazie alla Zilpa-terapia, Giacobbe guarì dalla depressione e imboccò la giusta via.

In una notte calda, magica, rotolandosi sul letto, gemendo pazza di piacere, finalmente restò incinta anche la bellissima Rachele.

Con la magia che sovr’intende, nell’occhieggiar della luna, fra le dune di un deserto che poco da’ tanto pretende, al riparo di una tenda, fra cespugli d’erbe secche, alla fin si compì il fato, e alla luce fu Giuseppe.

Fuga di Rachele da Pad-Harran

Giacobbe, sentendosi sfruttato, partir volea da Pad-Harran e dallo zio esser pagato: chiese la mercede dei tanti anni di lavoro, ma lo zio nicchiò scontroso. Risolse la questione in maniera originale, senza fare confusione.

Radunò un gregge maculato, i cammelli con le gobbe come Jahvè gli avea ispirato, gl’idoletti tutelari, arraffati da Rachele e le lenticchie con il miele.

Senza attendere un saluto portò via persino il letto e fuggì da quelle lande, pur senz’esser benedetto.

Dopo un viaggio di più giorni, a Galaad piazzò la tenda per offrir sosta alla famiglia, e con lenticchie far merenda.

Giunse Labano incazzato per aver perso il “buon pastore”, ed esser stato derubato.

Non ritrovando gl’idoletti, prima di menar le mani fece un patto con Giacobbe: la sua rinuncia alla mercede pur lasciandogli il bestiame, il letton matrimoniale e i cammelli con le gobbe.

Per consolidare il patto rizzaron di sassi una frontiera, perché da quel dì e pel futuro fosse segnal di sosta, di preghiera, e perché il sasso-stele, invitasse al pensierino: “il pensierino della sera”.

“Va’ con Dio o con gli dei, tanti auguri e figli maschi; tu ti fai i cazzi tuoi, io mi faccio i cazzi miei”.

A Giacobbe, voltò Labano le spalle e se ne andò senza dir verbo, ritornando alla sua valle. Lasciò al nipote le sue figlie, tutto il gregge, l’ampio letto, ma non un gesto di saluto e senza averlo, come d’uso, per dispetto benedetto

Lotta di Giacobbe con l’angelo

Lottatori.Olio,R.Bolognesi Lottatori.olio.R.Bolognesi

Era ancora luna piena nel deserto quella sera.

Una calma innaturale, non un alito di vento, non un verso d’animale.

Giacobbe giunse al guado di Iabbokke senza intoppi, senza soste, con il gregge, la famiglia, ed i soliti cammelli con le gobbe e senza gobbe.

Attraversarono il torrente, ma il patriarca restò indietro. Pensava a come attraversare scrutando cauto quel sentiero, quando un uomo lo fermò con la mano contro il petto e lo sguardo ardente e fiero.

Era un uomo molto alto, con il volto di un bel nero. Poteva anche essere dio o qualche angelo del cielo. Era aitante, ben piazzato, muscoloso: “palestrato”.

 

Senza alcuna spiegazione picchiò il povero Giacobbe, che cercò solo difesa non capendo l’aggressione.

Poiché quello continuava, reagì alfin Giacobbe restituendo botte a botte.

La conseguenza fu immediata.

L’uomo nero, con un dito solamente, staccò il femore dall’anca a quel povero Giacobbe, che sol Canaan aveva in mente.

Seppur zoppo permanente, abbrancò quel delinquente bloccandone le braccia per il resto della notte, fino al sorger dell’aurora, pur col corpo sofferente.

Seppur fosse imprigionato, rise forte l’uomo nero.

Parve irridere Giacobbe divertendosi parecchio: “Di botte, tante te ne ho date. Ne hai prese quante un santo-vecchio!...

Come ti chiamano per nome e cognome, per intero?

Dillo in fretta o ritorno a scazzottarti, e ti prego sii sincero”.

“Giacobbe!..” senza dubbi, urlò Giacobbe.

Dal volto lucido del nero sbocciò un sorriso di piacere: “Non te ne dovrai mai lamentare, ma d’ora in poi, oltre al nome di Giacobbe, avrai quello d’Israele!

Dopo quel che t’ho annunciato, non mi stringer ancor più forte. Meglio se mi lasci andare. E’ già segnata la tua sorte!”

Israele non lo molla.

Guarda in volto l’uomo nero. Non gli crede, è naturale:

“Non ti lascio affatto andare!

Se sei un angelo di Dio, saprai pure che ho un difetto. E’ mania più che difetto: voglio esser benedetto!...”

Finalmente benedetto, zoppicando allegramente passò il guado del ruscello, atterrando in Panuel, con un agile saltello.

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