Morte di Abramo

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“Il turismo è un’avventura”, pensa Dio. “Molte volte è faticoso anche far villeggiatura”. Non è certo un incostante ma s’è stancato del riposo il divino villeggiante.

Torna a casa, chiavi in mano, e si sdraia a rifiatare sul grande, comodo divano.

Fa di gusto colazione senza profferir parola.

Si rilassa, dorme e sogna. Il problema della stirpe, pur nel sonno, è un autentica gran rogna.

Il diluvio, Lot, la moglie, le due figlie, quella brutta ragazzina, Abramo, Sodoma e Gomorra, son nell’incubo un tormento che lo turba e l’ossessiona.

E’ solo un sogno ma par vero.

Quella pulce nell’orecchio si è subdola insinuata e si risveglia d’umor nero:

“Quasi quasi, ora mi vesto.

Metto un abito elegante, mi profumo al “biancogiglio” e mi fiondo laggiù in terra in compagnia del mio buon figlio, per far rispettare il mio volere prendendo tutti, proprio tutti, a santi calci nel sedere.

Ma lasciamo star mio figlio, non è fatto per l’azione. Quel che deve andare avanti son per ora solo io. Devo stare molto calmo, controllar l’agitazione, rilassarmi sul divano e aspettar l’ispirazione”.

Non resiste.

Insuffla infatti al vecchio Abramo la ben nota imposizione:

“Come va la produzione?”

“Ormai son vecchio…” – balbetta Abramo –

“… Se a donna dico andiamo, giacciamo insieme, aumentiam la produzione, ammettendo che acconsenta, nel bel mezzo, col fiatone, mi interrompo e mi sgonfio nell’azione.

Mio Signore, ho già più di novant’anni…”

Ancor la divinazione:

                Aghar.Olio, R.Bolognesi

Aghar.olio. R.Bologbesi“Riavrai i tuoi vent’anni per mia gentile concessione, ti concedo un supplemento di riabilitazione. Col consenso di tua moglie, va' a giacer con Agar tua schiava. So di certo che ci sta. A letto poi è molto brava. L’ho osservata da vicino: ha grandi tette, chiappe sode e nel fare certe cose, grida forte e forte gode. Sarà dolce, latte-miele e ti darà per prima un figlio, con il nome di Ismaele”.

“E con Sara, poi, che faccio?...”

“Ti ci vorrai circa dieci anni per riprendere le forze. Lascerai passar quel tempo. Ti infonderò nuovo vigore e seppur sia Sara vecchia, con il corpo molle e fiacco, da lei avrai un altro figlio: il suo nome sarà Isacco”.

Quel che Jahvè ordina non si discute, si deve fare… così fu fatto!

Corse Abramo allor da Sara, traballando per la stanza e in confusa agitazione le trasmise l’ordinanza.

Dopo tanti, troppi anni del bel “coso” in astinenza, Sara si attribuì il diritto che fosse fatto in sua presenza. Per istinto sessuale pensò che, “a-cuor-contento-sol- guardare”, soddisfava la libido e ricordava come fare.

Mentre Abramo Agar toccava, anche Sara si eccitava… Mentre Abramo la prendeva, anche Sara ci godeva… ma quando Agar rimase incinta, dalla tenda fu cacciata. Se ne andò pei fatti suoi, partorendo poi Ismaele presso il pozzo di Lahi-Roi.

Seguiron per gli sposi, casti anni sol di noia e di candore, quando un dì all’improvviso, salì a Sara la pressione e venne invasa da calore.

Certo fu “l’ispirazione” a pizzicarla in quel tal posto, provocando un’immorale turbamento e confusione. Rise prima di se stessa poi, da donna di coraggio chiese a jahvè una spiegazione:

“Avvizzita come sono, come posso aver calore?”

Sono senza lo strumento, è fiacco e vecchio il mio signore”.

La risposta alla domanda arriva chiara, adamantina:

“Su, non fingere e non far l’oca col Signore del creato non si bluffa, non si gioca! Va a sdraiarti sulla stuoia, chiama Abramo zitta e scopa!”

Sara ascoltò, ci pensò meno di un pochino, poi gongolò alla sana idea di godersi il maritino.

                                                                                                   Natività.Cartone di Carlo Levi

natività.Cartone. Carlo LeviCom’era stato preannunciato, con Abramo un po’ contratto, finalmente quel gran giorno, Dio volendo, nacque Isacco.

Rilassato sul divano, il creatore del creato, dopo anni dall’evento vibrò ancora al vecchio Abramo:

“Con quel ramo ch’è tua gloria, sol per farmi cosa grata devi andare fino a Moria. Erigerai lassù un altare, e per fede patriarcale, Isacco dovrai sacrificare”.

Obbediente, la mattina, munito di coltello, s’incamminan Abramo e Isacco, con a fianco l’asinello.

Il fanciullo incuriosito vuol sapere del divin rito:

“Dimmi amato padre mio, dove prendi l’animale che immolar dovrai a Dio?”

Rispose Abramo imbarazzato:

“Il Signore del creato è onnipotente, molto ben organizzato. Abbi fede! Ci farà trovare il capro che sarà sacrificato”.

Giunti a Moria inospitale, zelanti eressero l’altare e al posto di un agnello, fu posto Isacco pel macello.

Abramo, bianco in volto, sollevò l’arma mortale mormorando una preghiera al creatore universale.

“Signore, tengo fede al nostro patto! Alla tua bontà infinita io sacrifico mio figlio e ti dono la sua vita…”

Ma quel braccio appena alzato si arrestò paralizzato. Il tempo, il vento, il fuoco, si bloccarono di colpo. Tutto apparve filtrar falsato, trasparente, deformato.

Da un fluire misterioso, ecco un angelo piumato con a fianco un bel caprone, trasmettendo la novella sol per via di vibrazione:

“Puoi liberar dai lacci Isacco, immolar per Dio il caprone, poi, fai ritorno da tua moglie a soddisfare le sue voglie.

Del Signor son messaggero:

-senza trucchi-.senza inganni avrai vigore sessuale e userai il “coso” con ardore, oltre i centosettant’anni!”

Con lo schiocco ancora in uso, svanì l’angelo piumato lasciando Abramo a bocca aperta, frastornato, assai confuso.

Il godere non fa male è uno sfogo corporale, ma per Sara tanto sesso, alla fine fu fatale.

Morì gridando di piacere grazie al “coso” verticale, ringraziando il padre-eterno, tutti gli angeli del cielo e per non far torto a nessuno, i vari santi in generale.

Abramo disperato si lacerò prima le vesti, si batté coi pugni il petto, si strappò i radi capelli. Quasi in preda alla follia per quella morte prematura, sposò subito Ketura.

Con lei generò Zimran, Iokshan, Madian, Ishbac, Shuah e a centosettantacinque anni, senza trucchi-senza inganni stoppò con la “produzione” e passò quindi a miglior vita per mortale espirazione.

In un campo degli Hittiti venne deposto accanto a Sara nella grotta di Makpela, con il “coso” pronto all’uso avvolto bene in una tela, perché chissà che, all’altro mondo, per un patriarca che convince, sia sempre valido quel detto che: “chi l’ha duro alfine vince!...”

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